22-12-2000
Giuseppe Gioacchino Belli
(1791 - 1863)
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G.G.Belli
è tradizionalmente considerato il poeta di Roma. Fra il 1824 e il 1846 scrisse
oltre 2,200 sonetti, ognuno dei quali è una fedele riproduzione della città
dei primi dell'Ottocento. La
sua introduzione alla raccolta di sonetti inizia con queste parole "Io ho
deliberato di lasciare un monumento alla plebe di Roma...". Egli tuttavia
era in netto contrasto con la struttura sociale del suo tempo. Roma
era governata dal pontefice, "il Papa Re". Un ristretto numero di
aristocratici e l'arrogante clero costituivano le classi sociali più alte, il
cui potere aveva ormai perso qualsiasi giustificazione storica o morale; a loro
si contrapponeva il popolino, fanatico e superstizioso, i cui unici diversivi
erano le molte manifestazioni di piazza, indette per celebrare e glorificare le
classi dominatrici, e le altrettanto numerose pubbliche esecuzioni (tanto che
uno dei boia, Giovan Battista Bugatti detto Mastro Titta, divenne addirittura un
personaggio famoso). "I
nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come
niuna plebe n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed
energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie". Era
un intellettuale, forse anche un moralista, e scrisse i sonetti con l'intento di
mettere alla berlina l'ipocrisia di questa società decadente, nel vano
tentativo di vederne cambiare la secolare struttura. La sua satira pungente ha
dato vita a un gran numero di vignette ricche di spirito, celandovi talvolta
amare considerazioni sulla vita e sulla condizione dell'uomo. Alcuni
dei sonetti hanno per tema soggetti biblici; in essi i personaggi parlano,
pensano e agiscono alla stregua di tipici esponenti del popolo romano. Belli
scrisse anche diversi saggi in italiano, ma è ricordato solamente per i suoi
"Sonetti". Negli
ultimi anni di vita però il poeta li rinnegò, dichiarandoli "...sparsi di
massime, pensieri, parole riprovevoli...", e rifiutando di riconoscere in
essi i propri sentimenti; "...esiste una cassetta piena di miei manoscritti
in versi. Si dovranno ardere!" scrisse nel suo testamento. Una
raccolta dei "Sonetti Romaneschi" uscì per la prima volta oltre 20
anni dopo la sua morte. Molti altri furono rinvenuti in seguito (alcuni dei
quali incompiuti), e la prima edizione completa dovette attendere quasi un
secolo, venendo pubblicata nel 1952. Molto
del loro vigore è dovuto all'uso del dialetto romanesco: diversamente, un gioco
di parole o un'espressione caratteristica non avrebbero la stessa efficacia, in
italiano come in nessun'altra lingua. Per questo motivo la letteratura "ufficiale"
non li ha mai tenuti in gran considerazione e, per quanto mi risulti, seri
tentativi di traduzione non ne sono mai stati fatti. Ognuno
di essi racconta un breve aneddoto, uno schizzo della vita di tutti i giorni;
gli elementi principali della storia si snodano rapidamente nell'apertura,
mentre i versi finali contengono una conclusione, di solito umoristica o ironica,
a volte lirica o persino filosofica. Ciascun
sonetto ha una struttura semplice: due quartine seguite da due terzine; la rima
nella maggioranza dei casi si attiene allo schema: A B B A - A B B A - C D C - D
C D, ma a volte: A B A B - A B A B - C D C - D C D
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LINKS:
I sonetti di Giuseppe Giocchino Belli
Opere di Giuseppe Giocchino Belli
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CHE LINGUE CURIOSE!
Sta
tu' Francia sarà una gran città,
Ma
li francesi che nascheno lì
Hanno
una certa gorgia de parlà
Che
ssia 'mazzato chi li po' capì.
La
ttre e ttre nun fa sei, tre e ttre ffa ssì,
E
quanno è robba tua, sette a ttuà.
Pe
dì de sì, se burla er porco: uì:
E
chi vò dì de no dice: nepà.
E
m'aricordo de quer zor monzù
Che
pprotenneva che dicenno a ssé,
Dicessi
abbasta, nun ne vojo più.
E
de quell'antro che me se maggnò,
'Na
colazzione d'affogacce un Re, E me ce disse poi che diggiunò ?!. Roma,
7 dicembre 1831
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L'ABBICHINO DE LE DONNE
La
donna, inzino ar venti, si è contenta
Mamma,
l'anni che ttiè ssempre li canta:
Ne
cresce uno oggni cinque inzino ar trenta,
Eppoi
se ferma lì ssino a quaranta.
Dar
quarantuno impoi stenta e nun stenta,
E
ne dice antri dua sino ar cinquanta;
Ma
allora, che aruvina pe la scenta,
Te
la senti sartà ssubbito a ottanta.
Perché,
ar cresce li fiji de li fiji,
Nun
potenno esse ppiù donna d'amore,
Vò
ffigurà da donna de conziji.
E
allora er cardinale o er monziggnore,
Che
j'allisciava er pelo a li cuniji,
Comincia
a recità da confessore.
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ER COMMERCIO LIBBERO
Be'?
So' pputtana, venno la mi' pelle:
Fo
la miggnotta, si, sto ar cancelletto:
Lo
pijo in quello largo e in quello stretto:
C'è
gnent'antro da dì? Che cose belle!
Ma
ce sò stat'io puro, sor cazzetto,
Zitella
com'e tutte le zitelle;
E
mo nun c'è chi avanzi bajocchelle
Su
la lana e la paja der mi' letto.
Sai
de che me laggn'io? No der mestiere
Che
ssarìa bell'e bono, e quanno butta
Nun
pò ttrovasse ar monno antro piacere.
Ma
de ste dame che stanno anniscoste
Me
laggno, che, vedenno quanto frutta Lo scortico, ciarrubbeno le poste.
Roma,
16 dicembre 1832
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Poet's Choice By Edward Hirsch
By Edward
Hirsch
Sunday, January 4, 2004;
Page BW12
The 19th-century Italian poet Giuseppe Belli (1791-1863) created sonnets that are small, explosive, highly compressed dramas. He was a lifelong resident of Rome and wrote in the Romanesco dialect of Trastevere, which Miller Williams, who has brilliantly translated Belli into an earthy American idiom, calls a sister language of Italian. When I lived in Trastevere for a year in the late 1980s, I discovered that the Romani or Trasteverians still tend to call themselves Noiantri: we others. It was for these proud, irrepressible "others" that Belli wrote more than 2,000 sonnets over a 30-year period.
Belli had a strong theatrical streak and liked to tell stories. He had a tough, streetwise wit, a terrific ear for slang, and a deep sympathy for working people. His poems are cunning, ironic and robust. They are unexpected and shocking, as when one gravedigger says to another:
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So what are we gonna do? Nobody dies. That smell of malaria wasn't worth a damn. People are holding onto their crazy lives. You'll love gravedigging, they said. So here I am.
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E cc'affari vòi fà? ggnisuno more: |
Williams notes that Belli all but turned the sonnet into a ballad form. He gave it raw, narrative energy. A good example is "La nottata de spavento," a chilling poem that he wrote on Jan. 22, 1835.
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Night of Terror
You're not going back out, as mad as you are? Look, I don't like the way you're acting tonight. Jesus! What is it? What have you got under there? Holy Virgin, you're looking for a fight! Pippo, my darling, you're not in any shape To be out there carousing around town. Pippo, listen to me, for pity's sake. Okay, give me the knife. Just put it down. You're not going out. I'm not yours anymore The minute you leave. Cut me, go ahead. There's no way you're going through that door. Look at our sleeping angel. What a surprise Not to find his father beside his bed Smiling at him when he opens his eyes. |
LA NOTTATA
DE SPAVENTO
Come!
Aritorni via?! Ccusì infuriato?!
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Belli despised cant. He worked as a petty bureaucrat and completely identified with the poor people of Trastevere. He was darkly funny and approached the world with the eye of a disabused lover. He knew how things worked. "Christ made great houses and palaces/for prince and earl, marquis, queen and duchess," he wryly declared in "The Two Human Species." "He made the earth for us, the dog-faces."
Belli developed a healthy contempt for crass wealth, for dirty politicians, and corrupt ecclesiastical authorities. His political poems are forthright, knowing and scornful. The people he writes about are instantly recognizable. Have things changed? Here is "Li padroni de Roma," which he wrote in April 1835.
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The Bosses of Rome
These are the bosses of Rome; take a good look. They know how to deal with scum like us. They learn To cook us on both sides as no other cook Could cook us, turned out perfectly, done to a turn. First comes the pope, for all the afflicted. Now The cardinals, like endless rows of roses, And then the bishops, holier-than-thou, Making up laws and looking down their noses. Each one in his place, and number four, The heads of the orders of monks to kill the bull, To finish us off. Coming behind them, the corps Of foreign diplomats with open knives To claim the bull's ears. And last of all The gentlemen of Rome with their beautiful wives.
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LI
PADRONI DE ROMA Eccheve li padroni c'a nnoi guitti Ce cuscineno mejjo de li cochi, Ché spesso sce trovamo tra ddu' fochi E da tutte le parte semo fritti.
Prima viè er Papa a conzolà l'affritti: Dietro a li Cardinali e a li
Prelati Poi viengheno a ttajjà la testa ar
toro |
(All quotations are from "Sonnets of Giuseppe Belli," translated by Miller Williams. Louisiana State University Press. Translations )